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Droga in serra, tre arresti a Monserrato


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Storia

PAULI-PIRRI [Monserrato], villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Cagliari, compreso nel mandamento di Selargius, e nell’antica curatoria del Campidano di Cagliari.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 16' e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 2'.

Siede sulla sponda settentrionale della palude, da cui prese il nome, in un piano assai dimesso, come gli altri paesi, che sono prossimi a questo e al maggior bacino della stagno di Quarto, in esposizione a tutti i venti, ma principalmente a’ siroccali e australi, sopra un suolo umido in un’atmosfera vaporosissima, soventi nebulosa e ardentissima nell’estate.

L’umidità nelle stagioni piovose è massima per le acque che scendono in torrente da’ rialti che sono al maestrale, per il fango delle vie, parendo le case poste in mezzo un immenso osceno pantano, per li ristagna-menti che fa intorno l’alluvione in molti piccoli bacini, e per le esalazioni della prossima palude.

Può da questo dedursi quanto l’aria sia insalubre principalmente nella stagione estiva e nell’autunnale, quando dai pantani e dalla palude raccoglie i morbiferi miasmi, e i gaz esalanti da’ mucchi di letame e dalle altre immondezze che sono in molti cortili.

Territorio. È così ristretto il paulese, che forse in totale la sua superficie non sarà maggiore di tre miglia quadrate.

Essa è tutta piana con alcune intumescenze appena sentite, e con frequenti dimessioni di livello.

Non si può indicare in tutto il territorio alcuna sorgente, e si beve da’ pozzi che si scavarono ne’ cortili delle case, l’acqua de’ quali essendo salmastra, produce tristi sintomi e morbi, segnatamente la ostruzione di fegato. Da poco tempo però in qua si è rimediato a questo inconveniente con molte cisterne che si sono formate per ricevervi l’acqua de’ tetti, lasciata l’altra per il bestiame e i bisogni domestici.

Non passa in questo territorio alcun rivolo, e solo vedesi l’alveo in cui volgesi dalle notate eminenze del maestrale il torrente delle medesime, che traversa l’abitato per gittarsi nel bacino della palude.

Quest’alveo non è quasi mai asciutto nella stagione invernale (se pure non sia troppa serena, come avviene non di rado) almeno per un rivoletto; ma dopo le pioggie ingrossa così e scorre così rapido, che vieta il passaggio da uno in altro rione, e talvolta cagiona gravissimi danni. Ricordansi ancora i tristi suoi effetti nell’anno 1796 addì 30 ottobre, quando avvenne una inondazione straordinaria, perchè restò allagato tutto il paese, caddero moltissime case, la corrente portò via quanto era nelle medesime, e perirono miseramente persone 21 e molti animali. Dopo questo avvennero altri due diluvii memorabili per gravissimi guasti e danni, per distruzione di case e per rapina dei mobili e provviste, e morte di qualche persona e di molti animali domestici.

Si pensò a prosciugare la palude per sanificare l’aria di Pauli e di Pirri, e rendere all’agricoltura la vasta superficie che occupano le acque stagnanti, ma non si pensò a dirigere meglio il torrente, perchè non inondasse più l’abitato, e scendesse raccolto nel canale che erasi formato nella palude.

Il conte D. Gennaro Roero, governator di Cagliari, generale delle armi, e poi presidente del regno, essendosi esibito di prosciugare questo stagno, ebbe fatta concessione del medesimo, e si pose all’opera; ma questa essendo rimasta imperfetta, però seguono a stagnarvi le acque, e non è che nell’agosto e settembre che ne resti scoperto e disseccato il fondo. Si può dire con verità che si è peggiorato da poco tempo in qua, essendo cresciuta la quantità delle acque influenti nel bacino, perchè il torrente, che da’ monti di Settimo e Sinnai scendeva in Selargius e in terra di Quartuccio, avendo deviato ora discende in questa palude, e perchè il canale di scolo dalla palude nello stagno di Quarto ostrutto da’ fanghi e da altri impedimenti non lascia che le acque sgorghino.

I salti paulesi sono sgombri di alberi e di frutici, e deserti affatto di selvaggiume: solo nelle siepi de’ fichi d’India intorno all’abitato si trovano de’ conigli, e nel vigneto alcune lepri.

Gli uccelli che vi annidano sono i passerotti, le calandre, le rondini, i rondoni e altri piccoli uccelli di varie specie. In tempo d’inverno nelle acque stagnanti intorno all’abitato vedonsi anitre, folaghe, e anche de’ fenicotteri.

Popolazione. Nell’ultimo censimento la popolazione di Pauli constava di anime 2250, distinte in maggiori d’anni 20, maschi 598, femmine 607, e minori maschi 520, femmine 525.

Il numero degli individui maschi che sono nel paese è inferiore del sunnotato forse d’un centinajo, il che dipende dall’assenza di quelli che restano a servigio ne’ poderi della capitale e in altri villaggi.

La professione principale è l’agricoltura, quindi i mestieri necessari, ne’ quali si possono numerare circa 70 persone.

I contadini si distinguono in proprietari che seminano coi loro gioghi, e in giornalieri che fanno servigio altrui nelle opere rustiche e nel trasporto delle derrate a Cagliari.

Le persone di ufficio pubblico in Pauli, non compresi i preti, sono tre notai, un chirurgo, un flebotomo, una ostetrice, e mancasi di medico e farmacia.

Le famiglie e le case sono 520.

Non ostante sia quanta notammo l’insalubrità del-l’aria, i corpi così si confortano nell’adolescenza, che a vederli pajono nati e cresciuti in miglior clima, e resistono così alle cause morbifere, che come certi veleni sono inefficaci in corpi abituati a’ medesimi, così i miasmi che ad altri causan pernicie, sono innocenti verso loro. Può esser benissimo, che il vino generoso che bevono, sebbene sobriamente, temperi a tanta robustezza le loro fibre e le faccia inalterabili sotto quelle cause, per cui si alterano in modo funesto presso altrui.

Nel carattere morale de’ paulesi v’ha del buono, perchè sono pacifici, laboriosi, in generale molto religiosi e alieni da delitti d’ogni sorta.

Non si può però tacere la loro rozzezza, la poca cortesia per cui si rendono spregevoli tra persone ben educate. Così dappertutto presso le maggiori città sono conosciuti i contadini, e nelle medesime le persone del più vil popolaccio.

Istituzioni di beneficenza. Anche qui, come in altre parti, non si credeva far cosa più grata a Dio e proficua all’anima, che facendo de’ legati per messe, per festa, e vi fu uomo del paese, certo Dessi, che ordinò nel suo testamento una somma di circa l. n. 250 per dote alle fanciulle più povere di questo e de’ luoghi prossimi. La quale disposizione testamentaria restò finora senza effetto, perchè i frati spedalieri di Cagliari che presero la di lui eredità non l’adempirono mai.

Si fece pure, non son molti anni, dal canonico prebendato una bella e pia istituzione, avendo promesso con pubblico istrumento un premio di scudi cinquanta in favore di quella fanciulla, la quale in pubblico esame desse buon saggio in quelle parti della dottrina cristiana, che erano da lui ordinate, e si disponeva che il premio suddetto dovesse convertirsi in un predio fruttifero da godersi nell’epoca del matrimonio. Questa promessa fece gran bene, perchè molte fanciulle così si applicarono, che poterono imparar tutto a mente l’intero compendio della dottrina, che si usa nella diocesi di Cagliari, che conterrà non meno di 160 mila parole. Erano già scorsi cinque anni dalla sunnotata istituzione al tempo in cui io prendeva le mie note statistiche, molte fanciulle avevano studiato, ma nessuna era stata fin allora chiamata, nessuna però avea ricevuto il premio promesso con tutta la solennità, e credendo che l’istituzione si fosse dimenticata, esse cessarono dallo studio.

Il compianto è ancora in uso comune ne’ funerali, sia per giovani, sia per vecchi, sia per vedovi o per celibi. I defunti si vestono degli abiti di maggior pompa, e se ragazzi o giovani sono adornati di quello che si ha di meglio in oro, argento e giojelli, e in tal modo parati si compongono sopra una bara coperta d’un candido lenzuolo, e si portano nella chiesa; ma non sono deposti prima che sieno tolti loro gli ornamenti e qualche veste, che non si vuol perdere, massime se la famiglia sia povera.

Nelle domeniche si fa la danza pubblica, e negli ultimi giorni di carnevale si balla in case particolari, dove sieno fanciulle da marito.

Sono rarissimi gli esposti.

L’istruzione elementare è trascuratissima, e quando io domandai del numero de’ fanciulli, che erano nel catalogo della scuola, seppi che non erano più che tre.

Deducasi da questo quanti siano coloro che nel paese sappian leggere e scrivere. Esclusi i preti e quelli che vi hanno officio liberale, forse non sono tre paesani che sappian leggere. Vedete il frutto dopo ventiquattr’anni, che è aperta la scuola!

I campidanesi, che hanno più comodo de’ giovani di lontane contrade per fare gli studi, sono alienissimi dallo studio, e se alcuno per le istanze de’ genitori giugne alla rettorica, è caso rarissimo che voglia continuare, ma pensa subito a prender moglie e poi all’amministrazione dei beni. Egli è perciò che nessuno de’ campidanesi di Cagliari si ha finora acquistato rinomanza

o nel foro, o nella università, o nella chiesa; non già perchè sieno persone di mente dura e di piccola intelligenza, perchè a trattar con essi si vede che sono persone svegliate, sagaci, accorte, ed io ho potuto conoscere per certi esperimenti, che nelle potenze intellettuali non sono a restar dietro agli altri sardi; ma perchè li grava la durata dell’ora scolastica; perchè la maniera de’ maestri non è tale che faccia innamorar i giovani dello studio; perchè il viaggio che devon fare da casa a scuola, è penoso in molte stagioni, o se son messi a pensione in Cagliari, perchè patiscono molte distrazioni per le frequenti visite che fanno al villaggio, e allora profittando poco e non meritando promozione, i parenti sono obbligati a richiamarli.

Occupazioni comuni delle donne. Nelle case agiate trovasi qualche telajo, dove oprasi sopra il lino, nelle altre manca questa macchina, e filasi lo sparto per le tonnare, e le donne della classe inferiore vanno alla città per vendervi della farina, che serve per le paste.

Il vitto è poco diverso nell’alta e bassa classe. Avanti uscire al lavoro di buon mattino prendono a prima refezione ciò che amano o possono avere, carne arrosta, o fegato o testa di bue, busecchio di montone o di agnello, e bevono buon vino; tra l’opera mangian pane e formaggio, e bevon vinello; di notte non manca mai la minestra o di paste o di legumi, e qualche altra pietanza secondo la fortuna. Ne’ dì festivi si fa gran consumo di carne, e nelle feste più solenni si aggiungono altre vivande.

Agricoltura. I terreni per la coltura de’ cereali sono veramente ristretti, sì che i paulesi devono, per occuparsi e aver qualche frutto, affittare le terre, che hanno di più di proprietari di Selargius, Sestu, Serdiana, del Maso e Assemini, e dare un prezzo maggiore che sia ragione, quale si domanda da quelli, che in vista del loro bisogno vogliono giudaizzare.

La vidazzone, che hanno nel proprio territorio è quella del salto di s. Lorenzo, che è un’area di circa 700 starelli, divisa in piccole frazioni e appartenente a diversi proprietari, fra’ quali sono in maggior numero i signori cagliaritani, che seminano a conto proprio, o danno in affitto.

Questo salto, nel quale trovasi una palude, che potrebbe asciugarsi dando sfogo all’acque per un canale verso il grande stagno di Cagliari, era pertinenza d’un antico villaggio già da gran tempo distrutto, che dicevasi Sisali, e che può indicarsi presso la chiesa di

s. Lorenzo, le cui vestigia sono ben visibili, quali sono parimente le fondamenta delle abitazioni. Quando era ancora in piè questa cappella festeggiavasi al titolare addì 10 agosto, e vi confluiva gran popolo, e si correva il palio. Nella vigilia vi si trasferiva da Pauli il simulacro in modo solenne, tra una moltitudine di peregrinanti del paese e stranieri, i quali si sollazzavano, faceano gli atti di religione, e di nuovo accompagnavano la sacra effigie, mentre si riportava nella chiesa.

I terreni del salto di s. Lorenzo, che si conoscono più fertili, sono li concimati; ma questi pure, se il cielo non sia benigno spargendovi sopra frequenti pioggie nella primavera, poco producono. Per lo contrario i terreni, che coltivansi ne’ salti di Serdiana senza alcun concime, sono più fecondi. È pure la fertilità de’ chiusi, che sono presso al paese, d’un’area complessiva di circa 300 starelli, i quali però si concimano, perchè sono lavorati tutti gli anni e seminati a grano o ad orzo. L’orzo in gran parte tagliasi verde per foraggio, e soventi, se la stagione favorisca, dopo il secondo taglio mietesi spigato.

Sono impiegati nel servigio agrario cento sessanta gioghi.

La dotazione del monte di soccorso è fissata del fondo granatico di starelli 1000, e del fondo nummario di l. s. 2500; ma quando io prendea le mie note il fondo granatico ascendeva a starelli 1694, ed il nummario a l. s. 856. 5. 0.

Il magazzino del monte era infestato dal gorgoglione non ostante tutta la cura degli amministratori per eliminarne il maligno insetto.

I paulesi sogliono annualmente seminare starelli di grano 1600, d’orzo 2000, di fave 1000, e poi niente di lino, e pochissimo di legumi.

L’ordinaria produzione del grano è al 10, dell’orzo al 14, delle fave al 7, perchè patiscono molto dai venti, che sogliono dominare.

Il lucro, che il colono ha da questi prodotti, dopo la sottrazione di tutti i diritti che deve corrispondere, è tenuissimo e appena compensa le fatiche e paga le sue giornate.

Il prodotto delle fave, se pure per la quiete de’ venti nocevoli alla loro vegetazione non abbiasi un raccolto doppio dell’ordinario, non è sufficiente per l’uopo delle famiglie e per il nutrimento de’ buoi. La spesa più grave, che deve sopportare il colono paulese, è per l’acquisto di questo genere, del quale è necessità per dare a’ buoi un alimento che li conforti nelle fatiche, alimento che deve somministrarsi a’ medesimi lungo l’anno per la mancanza de’ pascoli, eccetto nella primavera, quando si dà l’erba dell’orzo.

Vigne. Hanno esse non meno di 17 mila ordini, le più aperte e solo separate per alcune strisce di terra arativa, che dal colle di Cagliari veggonsi a uno sguardo non disgiunte le une dalle altre in una estensione di circa 600 starelli di terreno.

Le viti che si coltivano sono il galoppo, nuragus, semidano, moscatello, bovali, la monica, malvasia e vernaccia.

I vini sono tutti di pregio. I più stimati sono i fini e gentili, il moscato, la malvasia e la vernaccia.

Nella vendemmia non si riempiono meno di botti 1600, che potranno contenere circa 256,000 quarta-re, cioè litri 1,280,000. Così ponendo per media che le botti contengan quartare 160: perchè se pongasi, che le medesime abbian la capacità di quartare 250, allora le quartare della totale vendemmia sarebbero 400,000, e i litri 2,000,000.

Della detta quantità di mosto si bolle intorno a 3000 quartare per far la sapa, della quale si servono per vari usi, e per quel pane dolce che dicon pan di sapa, soventi usato nelle feste nelle famiglie, e portato in vendita anche a Cagliari. Molti obbligandosi a qualche santo promettono dei pani di sapa, i quali sono offerti al medesimo nel giorno della festa, e appesi nella loro figura di cerchio alle braccia della barella, su cui portasi l’effigie del santo. Alcuni devoti li fanno così grandi, che talvolta quattro pesano due cantare.

La parte del medesimo che bruciasi per acquavite è niente notevole.

Del frutto di certe viti che non è buono per mosto, si fanno uve passe per provvista della famiglia e per averne lucro. Il galoppo e il moscatellone sono quelle che danno migliori uve passe, che sarebbero ancora più pregievoli, se si facessero con più intelligenza.

L’orticoltura è esercitata da pochi e sopra poche specie, principalmente sopra i cavoli e i pomidori.

Grandissima come altrove è la copia de’ frutti della seconda specie. Le donne ne fan profitto dividendoli per metà, salandoli, diseccandoli, e poi conservandoli ben pigiati, per venderli a poco a poco nella città, essendo il sugo de’ medesimi assai grato ne’ maccheroni, che tanto piacciono nella media e bassa classe.

Gli alberi fruttiferi sono rarissimi, non vedendosi nella vasta estensione delle vigne, che alcuni alberi di fico, e nei campi prossimi all’abitato pochi individui della specie dei mandorli e de’ susini, e questo fa meraviglia, mentre i paesani de’ prossimi luoghi li coltivano con molta cura, e ne ottengono gran lucro.

La spesa per la seminagione d’uno starello di grano e per le altre operazioni fino ad avere il frutto nel magazzino si computa fra’ paulesi non minore di scudi sardi dieci (l. n. 50), ma è maggiore per quelli, che seminano in terre lontane.

Pastorizia. È nulla nel paulese per la ristrettezza de’ territori, e non si hanno che le bestie di servigio, buoi, cavalli e giumenti, i primi per l’agricoltura e pel carreggiamento e trasporto, i secondi per sella o per basto, gli ultimi per la macinazione de’ grani.

I buoi sono circa 700, i cavalli 80, i giumenti 450.

Le donne educano gran quantità di pollame, principalmente galline, onde hanno lucro vendendo le uova e i pollastri.

Commercio. Il superfluo che hanno i paulesi per mettere in commercio è il vino, quindi il grano e l’orzo, se il raccolto sia buono, onde ottengono una somma soventi considerevole.

Sono nel paese sette negozianti di vino, e un numero maggiore di persone che viaggiano e fanno traffico, comprando in una parte e vendendo in un’altra, dove sieno richieste di quell’articolo particolare. Nessuno di questi ha fatto fortuna fin qui.

Il principal commercio si fa con la capitale.

Le strade in tempi piovosi sono difficilissime e pericolose, e molti carri e cavalli carichi spesso si affondano ne’ fanghi.

Il comune volendo rimediare a quest’incomodo e togliere tanto impedimento che si patisce per le acque che si spargono sopra la via alla capitale, ha supplicato per la formazione d’una strada solida, offerendo portare sul luogo le pietre necessarie, la ghiaja e la terra, e contribuendo per la mano d’opera. Si diè principio all’apertura, e poi si ristette… Or non so se siasi proseguito il lavoro, e se i paulesi abbiano una via quale desideravano.

Religione. Questo popolo è sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, ed è ministrato da tre preti, uno dei quali ha titolo di provicario.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Ambrogio. Manca di campanile da che, non sono molti anni, cadde da se, e distrusse metà del suo tetto.

Essa è poco fornita di ornamenti, come tutte le chiese canonicali, e se non fosse che il popolo è molto liberale, sarebbe in quell’indegno stato che notai in rispetto di altre chiese soggette a canonici.

Le chiese minori sono tre, una intitolata dalla N.

D. di Monserrato, l’altra da s. Antonio, la terza da s. Sebastiano.

Le feste con corsa di cavalli, alle quali confluiscono forestieri, sono per s. Luigi nel mese di luglio, per

s. Lorenzo in agosto, per la Vergine di Monserrato in settembre.

In tutti i giorni festivi, eccettuato il tempo quaresimale, si fa la danza pubblica all’armonia delle zampogne.

Notizie storiche feudali. Contea di s. Lorenzo e baronia di Furtei. Esse erano ultimamente possedute da

D. Francesco Sangiust, al quale erano pervenuti i villaggi componenti le medesime parte per concessione de’ Sovrani, parte per contratto di compra.

Nell’anno 1421 addì 8 febbrajo, il re di Aragona volendo ricompensare i servigi di D. Dalmazzo Sangiust davagli in feudo retto e proprio secondo il costume d’Italia i due villaggi di Villagreca e Furtei, esistente nella curatoria di Nuraminis, e con altro istrumento de’ 10 aprile 1426 in rimunerazione delle imprese fatte da esso Dalmazzo nella riduzione alla obbedienza sovrana della città di Sassari e nell’assedio delle fortezze di Calvi e Bonifacio nella Corsica, gli concedeva parimente nella qualità di feudo retto e proprio i villaggi di Pauli e di Sisali, ora spopolati, situati ne’ territori della città di Cagliari.

Ebbe questi due figli chiamati Pietro e Antonio Alberto, e successore il primogenito che era ancora in età pupillare.

Pietro otteneva altri due diplomi, il primo di conferma de’ detti feudi, il secondo di concessione del mero imperio stato riservato nella primitiva concessione.

Morto Pietro senza prole, suo fratello prese possessione e in seguito investitura de’ feudi.

Antonio Alberto acquistava il villaggio di Segario nella contrada di Trecenta da D. Alosa, vedova di Giacomo di Besora, in qualità di tutrice e curatrice de’ suoi figli, ed ottenne diploma di approvazione e di unione di questo villaggio con quello di Furtei dal re

D. Giovanni in data 25 settembre 1467; e nelli 24 marzo 1470 il medesimo Sovrano enunziando in suo diploma che l’Antonio Alberto possedeva per certi legittimi titoli in feudo retto e proprio i villaggi di Furtei, Segario e Pauli popolati, e quei di Villagreca e di Sisali spopolati, ampliò in di lui favore e de’ successori la concessione primitiva abilitando le donne in successione in difetto di maschi.

Non questo solo acquisto fece il predetto Antonio Alberto Sangiust, ma intento sempre ad accrescere il suo patrimonio acquistò da Michela Canelles, tutrice e curatrice di suo nipote Salvatore Bellit, il villaggio di Noragi, esistente nell’Incontrada di Nuraminis, per il prezzo di lire 1100, acquisto che venne confermato dal procuratore reale D. Giovanni Fabra.

Noragi unitamente ad altri villaggi fu in feudo retto e proprio con la facoltà, però a titolo di grazia speciale, di poterlo tramandare a’ figli maschi e femmine, conceduto nel 1421 a Nicolò de Cacciano, il quale lo rivendette a Gerardo Dedoni, da cui lo acquistava Pietro Bellit padre del Salvatore suddetto.

Dopo la morte di Antonio Alberto prese possesso del feudo il figlio Giannantonio, investitone da D.

Antonio Carrillo, luogotenente del procuratore reale Giovanni Fabra nelli 25 febbrajo 1494. A lui successe il figlio D. Girolamo che ottenne investitura ne’ 5 marzo 1519.

Questi avendo fatto acquisto de’ villaggi del Maso, Simbilia e Mogoro, da D. Anna Bernat, il R. Fisco domandò la riduzione a mani regie di questi due ultimi e del mero e misto imperio del villaggio popolato del Maso sul fondamento, che essendo stati questi conceduti al Francesco Bernat, con la qualità di retti e proprii, non poteano possedersi dalla venditrice, figlia del primo acquisitore.

Nacque quindi lite tra la venditrice e il compratore nella quale intervenne anche il fisco per sostenere la devoluzione e durò la medesima fino a tanto che D. Geronimo Sangiust, avendo offerto lire 800 alla R. cassa per le ragioni del fisco, ebbe rilasciati i detti due villaggi ed il mero e misto imperio del villaggio del Maso con diploma dell’imperatore Carlo V e della regina Giovanna de’ 15 luglio 1525.

A D. Giovanni Sangiust succedette suo figlio D. Monserrato, e di maschio in maschio passarono questi feudi insino al nominato ultimo possessore.

È da notare che D. Francesco Sangiust primo di questo nome ottenne il titolo di conte di S. Lorenzo dal re Carlo II, essendo stato eretto da questi in contado il salto di S. Lorenzo, territorio demaniale annesso al villaggio di Pauli.

Il conte di S. Lorenzo aveva pure il titolo di barone sopra Furtei, Segario e Villagreca.

Retrocessione de’ detti feudi. Nell’anno 1839 addì 25 luglio si convenne tra il R. fisco e il conte di S. Lorenzo per il riscatto de’ medesimi. Il conte per se, suoi eredi e successori rilascierebbe e cederebbe al R. demanio la contea di S. Lorenzo, composta dei due villaggi Pauli Pirri e del Maso, e la baronia di Furtei, spogliandosi di tutti i suoi diritti e investendone il R. patrimonio, con piccole riserve, mediante il prezzo di lire sarde 73192. 1. 8, eguali a lire nuove 140568. 80, la qual somma corrispondeva al 100 per 5 alla rendita dei feudi e villaggi suddetti, rilevante a l. s. 3659. 12. 1, pari a l. n. 7026. 43; che il detto prezzo sarebbe corrisposto al cedente col mezzo d’una inscrizione sul gran libro del Debito pubblico del regno e sarebbe a lui libero di disporre del terzo del medesimo.

I redditi de’ sunnominati paesi de’ due feudi furono accertati come qui sotto:

Si percepiva nel feudo di S. Lorenzo:

Da’ terrazzani di Pauli l. s. 1077 10 da altri 280 10. del Maso " 495 16 63 10.

Dal reddito di Pauli essendosi tolte le avarie in lir.

13. 12, residuò la somma di lir. 1344. 8. 10: da quello del Maso essendosi pure tolte le avarie in lir. 5. 12, rimasero l. 553. 14; e pertanto il totale reddito netto del feudo fu notato di lir. 1898. 2. 0.

Si percepiva nel feudo di Furtei:

Da’ terrazzani di Furtei l. s. 1378 12 6 da altri 339 18 6.

di Segorio " di Villagreca " 615 9 232 4 7 0 53 18 6 0. 6 0.
Le avarie del feudo di Furtei essendo state computate in l. s. di Segario di Villagreca 17 2 0. 6 14 0. 2 10 0.

Però queste dedotte dalle somme parziali restò un totale di l. s. 2611. 10. 1.